Marva Griffin Wilshire

 

 

Interviewing...

la “mamma” del design, creatrice del salone satellite

I suoi esordi 30 anni fa nel mondo del design sono legati inevi- tabilmente alla B&B Italia allora C&B, come ricorda quell’espe- rienza?


La C&B poi B&B Italia, per me, arrivando in Italia e iniziando a lavo- rare in questa azienda, è stata una grande scuola, è grazie anche a questo periodo, che posso fare il lavoro che svolgo attualmente.

Oggi la B&B ha vissuto un po’ di cambiamenti anche gestionali, secondo lei la sua filosofia è cambiata rispetto gli anni dove era l’unica azienda di riferimento in assoluto?


Si ha vissuto dei cambiamenti gestionali però ora sono felicissima perché i proprietari Giorgio Busnelli assieme ai suoi fratelli sono riu- sciti a riacquistare la totale proprietà dell’azienda, quando era divisa non mi faveca piacere. Ancora oggi la B&B è leader nel suo settore, allora quando sono entrata io era l’unica azienda di riferimento, però per certi versi continua ad esserlo.

Lei che è una donna non trova che nel design e nell’architettura il ruolo dell’architetto al femminile non sia messo in risalto come quello del professionista uomo?


Non faccio distinzioni! Ci sono donne che nel mondo dell’architettu- ra e del design hanno fatto dei bei progetti, purtroppo siamo noi che stiamo indietro e abbiamo questo complesso. Secondo me, (può darsi che non sia così), vedo personaggi come Zaha Hadid che è una donna, in mezzo a tutti questi uomini è riuscita ad esprimersi, e prima di lei Eileen Gray e Charlotte Perriand, che lavorava con Le Courbousier; non so se è vero, ma si racconta che, tanti dei disegni siano stati realiz- zati da lei, e forse non si è mai imposta in quanto donna. Ora, in Italia, nell’architettura abbiamo una Gae Aulenti (recentemente scomparsa) e una Patricia Urquiola nel design e tante altre meno conosciute.

Parecchi architetti donne sono brave e creatrici quanto gli uomi- ni ma si tende a rilegarle sempre in ruoli di secondo piano, cosa ne pensa?


Se glielo permettiamo, sì, bisogna che questo non accada.

Il Salone Satellite è il suo fiore all’occhiello, da dove figure come Tom Dixon e altri sono diventati nomi conosciuti, sicuramente questo la renderà orgogliosa, che rapporti ha oggi questi archi- tetti che lei ha scoperto?

Non menzionerei solo Tom Dixon, ma tanti altri internazionali come i giapponesi Nendo, l’indiano Satyendra Pakhalé, gli italiani Paolo Ulian, Lorenzo Damiani e Carlo Contin, l’inglese Sebastian Wrong, il belga Xavier Lust e tanti altri paesi. Sì, questo mi rende orgogliosa, quando scrivono di me, mi chiamano la loro “mamma”, io gli ho of- ferto l’opportunità, ma sono stati bravissimi a presentarsi al mondo del design e a farsi scegliere e conoscere.

Come nasce l’idea di una manifestazione rivolta ad esordienti?

Nasce perché c’era un’esigenza dei giovani che non avevano un luo- go dove esporre le loro idee, e ci tenevano ad essere all’interno del Salone Internazionale del Mobile per avere visibilità, perché, chi po- teva si prendeva uno spazio o in una galleria in un museo o in un pa- lazzoaldifuoridelsalone,nascevainfatti,ancheil“fuorisalone”,ed esponeva i suoi prototipi, senza però raggiungere i propri obiettivi, cioè di non essere visti dai produttori italiani di mobili che rimaneva- no all’interno del Salone Internazionale del Mobile. Tengo a precisare che 15 anni fa, nessuno si occupava dei giovani, non se ne parlava, adesso tutte le mostre ne hanno copiato il format, da Co- lonia, Stoccolma a Valencia. Ora anche le aziende fanno concorsi per i giovani, così come il comune di Milano, perché è diven- tato un evento mediatico.

Molti giovani progettisti oggi usano poco la matita e stanno perdendo la capacità di schizzare a mano libera cosa molto importante. Quando un cliente chiederà loro durante un colloquio di schizzare un particolare del loro progetto loro si tro- veranno in difficoltà in quanto abituati ad utilizzare il digitale, lei per parteci- pare alla selezione del Salone Satellite richiede elaborati schizzati oltre che rendering?

I rendering? Sono vietati! I candidati come requisito, devono mandare due o tre foto- grafie del disegno sul prototipo realizzato e in seguito, insieme ad una giuria compo- sta da produttori, architetti e designer che vengono invitati, si selezionano gli elabora- ti più rappresentativi.

Cosa pensa in merito all’argomento?

Proprio a proposito della manualità, vi pos- so anticipare che sto cercando di lavorare con le aziende, perché vorrei che un passo ulteriore del salone satellite sia quello di in- vitare i ragazzi a fare uno stage in azienda, in quanto sono sempre abituati al compu- ter, arrivano e non sanno cos’è uno stam- po e non vivono la produzione. Ogni anno il salone ha un tema, ho fatto design in the world, design in the future, quest’anno design technology. L’anno prossimo? Top secret, non posso dirlo.

Secondo lei oggi quale designer o archi- tetto rappresenta in maniera più eviden- te il design internazionale?


Sono tanti, non so dirvi chi rappresenta meglio il design internazionale. Direi che è la produttività italiana ad essere interna- zionale. Dal mondo intero i designer ven- gono in Italia per far realizzare i loro proto- tipi. È la produttività italiana che vince.