Architettura e design un parallelismo indissolubile

 

 

Giovanna Azzarello



il punto di vista sul design

Architettura e design un parallelismo indissolubile



“Dal cucchiaio alla città” è uno slogan abbastanza noto e comune per chi come me pratica il mestiere dell’architetto. Lo è stato sicuramente per tutto il XX secolo, da quando, cioè, Walter Gropius lo ha coniato ed eretto a manifesto dell’architettura razionalista. Stava a significare appunto un approccio Metodologico - progettuale di tipo illuminista, un vincolo indissolubile tra architettura e design. In sostanza con il motto “dal cucchiaio alla città” si intende l’ideale di un architetto che non limita la sua creatività e che ha un’esigenza primaria, quella di sperimentare e ricercare costantemente nuove tecnologie che vuole esprimersi a diverse scale di intervento, grazie ad un modo di pensare il progetto non come un semplice fatto di moda o di maniera, ma come ad un percorso sostenuto da un intenso rispetto per il contesto, per la ricerca sui materiali, per i molteplici aspetti multidisciplinari, per l’ergonomia, per i modi d’uso, per quel rapporto interno - esterno / oggetto-fruitore che accomunano la progettazione di un tavolo al restauro di un quartiere degradato e al progetto di un edificio. Erano gli anni del Bauhaus, tra il ‘20 ed il ‘30. Il messaggio si è poi moltiplicato nei decenni successivi, fino a diventare il compagno di viaggio di molti architetti che si sono formati disciplinarmente e professionalmente negli ultimi decenni. In Italia Il più autorevole degli artefici, nel periodo tra le due guerre, è certamente Gio Ponti (1891-1979), che si muoveva tra classicismo e modernità e che nella progettazione cercava di far coincidere gli influssi del gusto viennese, ancora in voga, con i motivi che evocavano la grande tradizione classica italiana.
Nell’arco di un cinquantennio di attività, egli ha operato in architettura, nella scenografia, negli allestimenti, in pittura, disegno industriale, didattica, pubblicistica. Un grande maestro che ha dimostrato come la figura dell’architetto e quella del design sono sovrapponibili e fanno parte di un’unica disciplina progettuale e ideologia un intreccio significativo con una visione unitaria degli ambiti di intervento progettuali. Il progetto deve agire su ogni ambito spaziale attraversato dall’esistenza umana, da quello tattile degli oggetti d’uso, passando per quello domestico dell’abitazione, a quello esteso e relazionale dell’architettura della città e del territorio. È il momento del passaggio da una concezione artistico - artigianale del prodotto d’uso comune e dell’oggetto d’arredo, espressione tipica delle Biennali di Monza (1923-1930) a una più colta, promossa dagli architetti con le prime Triennali di Milano. Si assiste al passaggio da un modus operandi d’impostazione umanistica e totalizzante come quello di Gio Ponti, che propone oggetti come parti omogenee di un contesto d’arredo, a un’attitudine come quella del design radicale, che puntando più sulla valenza espressiva del prodotto, sulla sua disponibilità all’intervento dell’utente, sovrintende ai diversi problemi formali, tecnici, sociali ed economici che nascono in relazione alla costruzione di un oggetto ed è interessato a veicolarne il messaggio ben oltre i confini disciplinari. Il tema della sintesi delle arti si delinea a questo punto sempre meno come questione di stile e di forma e sempre più come problema di modalità di rappresentazione del mondo moderno e come questione di natura sociale, politica. La sintesi diventa allora lo strumento attraverso il quale riformulare compiti, ruoli e canoni in relazione all’ambiente. La figura dell’architetto assume sempre di più una figura socialmente utile in quanto sia nella progettazione architettonica che nella progettazione di un oggetto di utilizzo comune ha come fine il comfort e/o il benessere di chi vive uno spazio e chi utilizza gli arredi e gli oggetti all’interno dello stesso un equilibrio funzionale che rende un luogo più o meno confortevole. Dal mio punto di vista oggi, l’iperprofessionalizzazione, ben sostenuta dalle riforme universitarie degli ultimi anni, ha in qualche modo minato il percorso formativo delle ultime generazioni di architetti. Si formano professionisti non più educati a considerare la creatività del progetto con un unico approccio, sia che si tratti della progettazione di un cucchiaio, sia che si affronti la stesura del master plan per un nuovo quartiere urbano. Professionisti superspecializzati, ancorati agli stilemi, ai dettami ed alle tendenze che derivano dall’appartenere, in modo consapevole od inconsapevole ad una determinata classe professionale: il designer, l’urbanista, il restauratore, il paesaggista, l’arredatore, l’architetto dei giardini, l’architetto dei teatri, etc. Forse proprio per tale motivo si producono sempre più spesso prodotti di design non coerenti con lo spazio abitativo e privi di contenuti che non tengono conto del concetto di “forma e funzione” essenziale per un buon progetto sia architettonico che di design. L’oggetto deve avere tre funzioni: simbolica, utilitaria, educativa. La funzione simbolica è indipendente da quella utilitaria ed educativa, legata al prestigio che deriva nel possedere un prodotto che diventa “status simbol”per l’uomo moderno. La funzione utilitaria è racchiusa nella funzione stessa dell’oggetto progettato. Essa fa si che l’oggetto assolva alle necessità che ognuno di noi compie quotidianamente nella propria abitazione, nel tempo libero e durante la propria attività lavorativa. La terza funzione, quella educativa, introduce il concetto di “forma” dell’industrial design. Oggi il design in molti casi dimostra una grande decadenza in quanto non assolve in pieno al suo concetto sociale che i grandi maestri ci hanno insegnato, la produzione industriale ha determinato forme esasperate, talvolta aggressive, che con la pretesa di “apparire” hanno disorientato l’utente, che non è più in grado di riconoscere la preziosità della lavorazione e la funzione reale del prodotto. Il condizionamento formale errato ha portato a diseducare il fruitore, il quale, in qualche caso, anziché indirizzare le sue scelte d’acquisto verso un prodotto di design, rivolge la sua scelta all’oggetto del passato, in quanto simbolo di sicurezza e durata nel tempo. Gli stilemi delle mode non conferiscono necessariamente qualità al prodotto, ma sono elementi quali: lo studio funzionale ed ergonomico e la coerenza con l’ambiente abitativo attuale ad attribuire validità ad un progetto. Questa analisi dovrebbe stimolare produttori e progettisti a ristabilire una linea di condotta che porti a far riemergere la funzione sociale del design, progettando e producendo oggetti idonei ad ogni tipo di persona e consoni alle dimensioni abitative attuali, attraverso l’uso di tecnologie avanzate che tengano presente la sicurezza domestica e l’evoluzione abitativa, diventata meno superficiale e più razionale. È necessario che la figura del professionista instauri con il produttore un rapporto più compatto, fino a considerarsi parte di una stessa identità. Il progettista dovrà definire con maggiore chiarezza la propria figura professionale e la propria funzione sociale legata al design e all’architettura: dovrà sviluppare una sensibilità artistica e teorica che metterà al servizio degli utenti finali progettando oggetti utili ed educativi e architetture che possano avere una valenza internazionale con un’unica finalità quella di migliorare la qualità della vita, una progettazione attenta, educativa ad utilizzo ampliato, progetti che diventino un simbolo per tutti e che non faranno rimpiangere l’operato dei grandi maestri dell’architettura.